13 aprile 2020

In questa puntata è nostro ospite il Primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Susa Dr Luca Sivera con il Sindaco Piero Genovese e il ViceSindaco Giorgio Montabone.

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In questa nuova puntata come le 2 precedenti stiamo approfondendo argomenti attraverso figure esterne direttamente impegnate nell’emergenza Coronavirus, in modo da aggiornarci, di portare il loro contributo per l’informazione che intendiamo dare, un informazione che sia a più ampio spettro possibile rispetto all’emergenza.

Oggi abbiamo ospite il Dottor Luca Sivera Primario del Reparto di Anestesia dell’Ospedale di Susa.

Ti troviamo in divisa per cui sei in servizio con il senso del dovere che vi contraddistingue, l’Ospedale per tutti voi è diventato ormai una seconda casa se non la prima.

Questo è il prezzo di un sacrificio che gli operatori sanitari, medici, infermieri, stanno pagando per il bene della Salute delle persone che curano, con una malattia ancora poco conosciuta, questa permanenza a lungo negli ambienti ospedalieri dove si curano le persone è una condizione di sicurezza per se stessi, per i propri familiari e per i malati.

Ti chiediamo alcune informazioni all’interno dell’Ospedale, tu segui in prima persona l’accesso al Pronto Soccorso delle persone colpite dalla malattia, hai il polso della situazione, ci puoi dare una rappresentazione della situazione in Ospedale?

Risponde il Dr. Luca Sivera

Da quando questa crisi è iniziata il 12 di marzo, quando abbiamo ricoverato il nostro primo paziente, ad oggi siamo a 63 pazienti ricoverati, 63 pazienti per un Ospedale che normalmente ha 40 posti letto + 8, sono numeri importanti, 63 pazienti ricoverati di cui 17 presenti in questo momento su una capacità teorica di 36, stiamo andando abbastanza bene come numeri, abbiamo un pò di capacità di risposta.

Di questi oggi  17 presenti e  ne abbiamo 2 in terapia intensiva.

Noi abbiamo nell’Ospedale di Susa un area che definiamo anti shock, che non è una terapia intensiva ma un area di stabilizzazione, un area molto preziosa che evita di trasportare presso la rianimazione di riferimento che è Rivoli, dove abbiamo il Primario, Rivoli è la nostra struttura di riferimento, in tempi normali, noi ospitiamo i Pazienti in questa area, li stabilizziamo, 1, 2 o 3 giorni e poi li trasferiamo, spesso in altra rianimazione oppure se sono migliorati li trasportiamo verso la medicina o verso la chirurgia per continuare la degenza.

In questa fase invece è stata utilizzata appropriatamente perché le attrezzature ci sono, come una vera e propria terapia intensiva, come afferma il mio Primario, l’Ospedale di Rivoli ha 19 posti in rianimazione, 17 al settimo e ottavo piano a Rivoli, e 2 al nono piano che siamo noi a Susa un pò più vicino alla popolazione della Valle di Susa.

Con Rivoli dividiamo procedure, attrezzature, medicinali, ci scambiamo materiale, ci scambiamo tutto quello che è necessario per lavorare bene, soprattutto la loro espertise molto utile in questa gestione. 26 posti letto, 2 in rianimazione che piano piano stanno facendo dei passi avanti, la battaglia è ancora lunga ma le loro condizioni migliorano.

Aldilà dei Pazienti in terapia intensiva che sono quelli più fragili, io terrei a rimarcare quelli che in Terapia Intensiva non ci sono finiti, e questo è il lavoro più importante che noi facciamo, la Terapia Intensiva viene utilizzata per condizioni molto gravi che spesso poi non consentono di essere gestiti, il nostro lavoro principale è evitare che questi Pazienti finiscano in Terapia Intensiva, in questo siamo stati aiutati in maniera fondamentale dalle attrezzature di cui eravamo già fonti, ma quelle che ci sono arrivate grazie all’interessamento dell’Amministrazione sono state veramente fondamentali, perché ci hanno consentito di di sottoporre a ventilazione non invasiva, senza entrare nei tecnicismi, un supporto che abbiamo potuto utilizzare in maniera molto più diffusa.

Con le attrezzature che noi avevamo precedentemente potevamo farlo proprio quando c’era l’indicazione, dovendo magari scegliere questo paziente si, questo paziente magari aspettiamo, vediamo come va, magari scambiamo le macchine tra uno e l’altro, con la disponibilità che ci è stata data, attraverso l’interessamento di tutti, abbiamo potuto utilizzare l’aerazione non invasiva in maniera diffusa, in maniera da non dover negare a nessuna l’utilizzo.

Alcune volte abbiamo evitato di utilizzarle perché non c’era bisogno ma li avevamo a disposizione, anche i nostri collaboratori più giovani, stanno diventando esperti nell’utilizzo.

Questo in molti casi, in molti Pazienti ha evitato il loro deterioramento, dei 63 pazienti che abbiamo avuto, 10 purtroppo sono deceduti, questa è una percentuale in linea con la media nazionale, si parla soprattutto di Pazienti anziani, l’età media dei deceduti è di 81,2 anni, questo non vuol dire che non siano importanti, però purtroppo sappiamo che l’età per questa malattia oltre alla letteratura ce lo dice l’esperienza degli altri colleghi, gioca tanto, se l’età è avanzata, se le condizioni di salute sono mediocri, non si riesce a reggere l’assalto di questa malattia, soprattuto nei primi giorni quando diventa devastante.

Abbiamo avuto anche dei Pazienti anziani che ne sono usciti, una novantenne arzilla che è andata via allegra e tranquilla, aveva una tempra molto forte, grazie al cielo il Paziente più giovane che ci è deceduto, aveva 71 anni, e purtroppo sono pochi, però possiamo affermare che non abbiamo perso dei Pazienti giovani, che è un punto importante.

La Terapia Intensiva l’abbiamo seguita, abbiamo collaborato con i colleghi, il Dotto Leggio e il Dotto LaBrocca con la quale abbiamo costituito una sorta di squadra, questa è stata la nostra forza, essere pochi ma coesi e uniti, e soprattutto essere amici, nella gestione dei Pazienti passandoceli quando era il momento di farlo, abbiamo giocato un pò come una squadra, chi è stato in porta, chi è stato a centrocampo, chi è stato in attacco, ognuno con il suo scopo, ognuno con lo scopo di segnare il gol per la vita, è stato importante essere squadra e sarà ancora importante, adesso iniziamo a parlare al passato ma non è ancora passato nulla, non siamo più nelle condizioni di quasi disastro che abbiamo avuto in alcuni giorni, io vedevo i dati, il 17-18 marzo abbiamo avuto 5 o 6 ricoveri al giorno, che per un Ospedale come il nostro, non è un disastro perché avevamo ancora le capacità per gestire la situazione, ma lo abbiamo gestito con estrema difficoltà, lo definiamo un disastro compensato, sei molto messo male ma sei ancora in grado di gestirlo.

Adesso abbiamo dei numeri molto più bassi, un ricovero ogni 1 o 2 giorni, sono numeri bassi che ci permettono di gestire la situazione.

Sappiamo qual’è lo scopo delle misure d’isolamento decise dal Governo e che sono state ben applicate dalle Amministrazioni locali, lo scopo delle misure non è ridurre i contagi ma allungarli nel tempo, allungare i tempi per permetterci di poter gestire i malati, se ne riceviamo 2 al giorno , li gestiamo, se ne riceviamo 5 al giorno, li gestiamo con molta difficoltà, se ne riceviamo 10 saltiamo, se il quadro fosse stato quello del 17 o 18 di marzo, in aumento, non so come avremmo fatto, avremmo avuto delle difficoltà enormi, non so cosa ci saremmo inventati ma credo che l’età media dei deceduti sarebbe aumentata, il numero dei deceduti sarebbero aumentati, inevitabilmente se ho un paziente gli do il 100% delle risorse, se ne ho 2 uguale, se ne ho 20 è inevitabile che la qualità delle cure declina, i numeri sono quelli che sono, fatalmente non siamo un Ospedale come le Molinette o Rivoli, le nostre capacitò di risposta sono quelle che sono.

Io ci tengo a fare una precisazione molto importante, di cui andiamo fieri, noi abbiamo avuto 63 Pazienti di cui 2 da Terapia Intensiva, almeno un ventina ventilati grazie alle apparecchiature fornite, di questi 63 nessuno è stato trasferito in altri Ospedali, e non è stata per una questione d’orgoglio, che non avessimo voluto trasferirli, ma non è stato necessario, oltretutto trasferire su altri Ospedali ancora dei Pazienti con l’alto numero che avevano già trattare sarebbe stato devastante.

Con il mio Primario scherzando gli raccontavo che noi dovevamo difendere la collina sul fianco, dove l’attacco era meno forte, però per loro è stato importante che noi quella collina l’abbiamo difesa, perché se avessimo ceduto questo sarebbe ricaduto e avrebbe fatto probabilmente fatto crollare il centro della battaglia perché è ovvio cha a Rivoli i numeri sono altri, perché inevitabilmente c’è più gente.

Noi ci siamo occupati di questo ed abbiamo cercato anche qualche momento di conforto, non vi nascondo che la situazione è stata difficile, emotivamente e fisicamente, aldilà dei nostri problemi personali, della lontananza dalla famiglia, avere a che fare con una malattia che spesso conosci poco per la quale le terapie sono quelle che sono, per le quale fai tutto ma con difficoltà.

Per le malattie standard sappiamo come comportarci, sappiamo cosa dobbiamo attivare, con questa malattia ogni giorni devi andare a cercare di approfondire elementi, cercare di utilizzare tutto quello che hai a disposizione in quei momenti.

Il cercare delle soddisfazioni umane è stato importante, a me è capitato durante un turno di notte di telefonare a casa dei parenti di pazienti negativizzati, i primi che abbiamo avuto, è come se avessi avuto una vittoria personale, come ho detto al Dotto Leggio glielo ho rubati, perché erano Pazienti suoi, io comunque la soddisfazione di telefonare alle famiglie l’ho avuta perché volevo avere questa soddisfazione.

Oggi l’ho fatto con uno dei miei ricoverati, siamo riusciti a metterli in contatto con i familiari attraverso i Tablet che ci avete regalato negli ultimi giorni, a farli collegare, fargli vedere i Pazienti in terapia intensiva, il paziente ha visto i suoi parenti e i parenti hanno visto il paziente, e con questo si capisce che qualche passo avanti nella guarigione è stato fatto.

Per noi è stata una bella soddisfazione, per noi è stato un bel regalo di pasqua, e lo è stato anche per i parenti, l’obiettivo per cui si lavora è questo, si cerca di dimenticare velocemente le persone che non ce l’anno fatta, si cerca di trarre forza dalle vittorie, purtroppo il nostro lavoro spesso è questo, in queste condizioni ancora di più dobbiamo prendere ogni cosa buona che ci da la forza di andare avanti e di continuare la nostra battaglia.

Tutti devono capire che non è finita, i carichi sono più bassi perché stanno funzionando le misure di isolamento però in Italia abbiamo avuto 19.000 morti, secondo alcuni ce ne saranno ancora altrettanti, non è finita, bisogna continuare ad essere prudenti, continuare a fare in modo che ce ne arrivino pochi per volta, in maniera tale che li possiamo gestire bene, è questo il punto chiave, 2 malati al giorno li gestiamo, 10 abbiamo delle difficoltà, e magari ci troveremo costretti a fare delle scelte.

Noi adesso abbiamo una buona dotazione e questo ci permette di non fare delle scelte drastiche che in altri posti, in altre provincie sono state fatte, leggevo di colleghi di Brescia, di Bergamo dove necessariamente sono state fatte delle scelte pesanti, come in tempo di guerra, io ho avuto esperienze all’estero in un contesto di guerra e so cosa significa fare certi tipi di scelta, non avrei voluto e sono contento di non averle dovute fare qui a casa mia, perché sono scelte che ti rimangono pesantemente sulla coscienza, sull’anima, quindi teniamo duro perché sta funzionando tutto, però è molto importante tenere duro, ci andrà ancora del tempo, quanto ce lo diranno gli epidemiologici non certo noi che siamo in prima linea, noi quello che assicuriamo è che continuiamo a tenere duro, a lavorare, a me non piace la parola eroe, noi facciamo il nostro lavoro semplicemente.

La soddisfazione di far vedere questo Paziente alla sua famiglia mi ha dato la carica per andare avanti 2 giorni, poi facendo tutti gli scongiuri, è una bella soddisfazione, quando passi settimana a dire non va bene, va male, non va bene, poter dire qualcosa di bello, chiaro che come ho detto alla famiglia e come diciamo a tutti, il grazie ce lo dite quando sarà tutto finito.

Io all’inizio di questa esperienza in un reparto Covid temevo che vi fosse una fuga di operatori, in realtà possiamo dire che si contano sulle dita di una mano le persone che non se la sono sentita, è comprensibile, non sono facilissime certe situazioni, abbiamo gente che è venuta volontariamente nei reparti pericolosi, cha ha deciso di venire a lavorare in un reparto pericoloso, per fare il suo dovere, e questo è bello, perché vuol dire che nelle situazioni difficili vengono fuori gli attributi.

Ognuno dà quello che ha, qualcuno non ce la fatta, la maggior parte ha fatto molto di più di quello che gli è stato richiesto, io come responsabile sono un poco duro, ogni tanto mi lamento di certi atteggiamenti, in questo caso, anche quelli che sono un pochino più tranquilli, senza essere stimolati sono stati proattivi.

Quando ci sono i guai tutti ci si aiuta, sia per i colleghi che si sono ammalati, fortunatamente non abbiamo avuto casi gravi, sono stati momenti brutti quando alcuni colleghi si sono ammalati in forma non grave, c’è stato un momento di scoramento come in guerra quando uno dei tuoi viene ferito, diventa pesante reggere la situazione, ma abbiamo superato il momento, continuano ad aiutarci anche a distanza, anche per quella che noi riteniamo sarà la fase 2, continuo a pensare che non è finita qui.

Adesso noi stiamo facendo la tattica, stiamo gestendo la linea del fuoco, il passo successivo sarà creare la strategia che ci consenta la prossima volta di essere ancora migliori, la prossima volta se mai ci sarà dobbiamo essere perfetti, non bravi, nessuno di noi era preparato, perché era una cosa che non ci saremmo mai immaginati di dover vivere.

Adesso sappiamo che può succedere, magari non il prossimo anno, ma dobbiamo essere preparati a gestire queste situazioni.

Il nostro Ospedale ha dimostrato che sa fare la sua parte, in questi anni si è tagliato tanto, forse anche giustamente su certi tipi di servizi che magari non erano essenziali, se ho infarto è più logico che vada a Rivoli in unità coronarica dove vengono gestiti benissimo 2.000 infarti all’anno, è giusto gestirlo li perché c’è il tempo di trasferirlo, in questo caso però il modello hub-spoke entra in crisi quando i numeri sono grossi, se noi avessimo trasportato a Rivoli tutti i pazienti avremmo fatto saltare il nostro Ospedale di riferimento, cosa che non era giusto fare, l’Ospedale di riferimento deve gestire i casi più complessi.

La nostra parte l’abbiamo fatta, la collina sul fianco l’abbiamo difesa bene e ringrazio tutti quelli che con me e più di me hanno lottato, ringrazio in particolare il Dottor Leggio, una persona meravigliosa, che è stato catapultato a gestire un reparto da un giorno all’altro e l’ha fatto in una maniera eccezionale con uno spirito non comune, il Dottor LaBrocca che è il nostro punto di riferimento clinico da sempre, sia quando c’è e sia purtroppo quando non c’è, e tutti gli altri colleghi, ognuno ha fatto la sua parte, la nostra forza rispetto ad un Ospedale più grande e che siamo una squadra, piccola, un pò scalcinato ma una squadra coesa e forte e possiamo fare grandi cose.

Dobbiamo dirvi un grazie già adesso per la determinazione che ci mettete tutti assieme e dobbiamo ringraziare tutte le Associazioni e le persone che con la loro donazione hanno permesso di donare all’Ospedale di Susa delle attrezzature importanti per la gestione della malattia.

Dobbiamo riconoscere l’importanza dell’Ospedale di Susa per la Città e per la Valle. Sottolineiamo l’importanza di non abbassare la guardia.

Risponde il Dr. Luca Sivera

Noi non possiamo fare delle misure tipo i cinesi draconiane e drastiche, siamo una democrazia, però ci vuole disciplina e l’abbiamo dimostrata.

Contano i soldi, le donazioni sono importanti, il Sistema Sanitario ha anche le sue risorse, ma queste donazioni raccolte in un momento difficile noi li vediamo come degli abbracci, anche come segni di stima, le persone si fidano che useremo bene le loro risorse, io quello che vi posso dire che quelli che le apparecchiature arrivate, le abbiamo usate tantissimo, e hanno salvato tante vite, e hanno prevenuto tanti crolli che forse ci sarebbero stati e che ci avrebbero messo in difficoltà nel dover sistemare i pazienti, un posto l’avremmo trovato, abbiamo raddoppiato come regione i posti letto, un posto l’avremmo trovato però se uno evita di finire in rianimazione, è meglio.

Abbiamo avuto dei casi brutti, purtroppo, ogni viso di persona che non ce la fatta, ce lo ben davanti agli occhi, li ho visti tutti, per fare le scelte terapeutiche ottimali, per vedere cosa si poteva fare, cosa non si poteva fare, ognuno di loro, e lo dico per i parenti che hanno perso i loro cari, vi assicuro che abbiamo fatto in maniera che chi non ce la poteva fare non abbia sofferto non si sia accorto di quello che stava succedendo, cercando di dare un minimo, sono deceduti da soli, ma noi abbiamo cercato di comportarci con loro come se fossero i nostri papà, il mio papà ha l’età di chi è mancato, per cui la paura e l’immedesimazione è forte, per ognuno di loro abbiamo cercato in scienza e coscienza di decidere cosa fossero le cose giuste da fare, e quando non c’era più nulla da fare, di far si che fossero dei passaggi il più possibile accettabili dal punto di vista umano, ed è importante.

Mia mamma mi ha insegnato che non puoi curare tutti ma ti puoi sempre prendere cura delle persone che può sembrare una frase retorica ma è la realtà.

Come rianimatore metto tubi, tolgo tubi, ma a volte è più importante prendersi cura delle persone, lo abbiamo fatto ancora di più perché erano delle persone sole, io lo dico ai parenti delle persone che sono morte qui in Ospedale, le persone mancate non hanno sofferto, o comunque il meno possibile, sono passati in maniera accettabile, è un piccolo segno.

Ai parenti rivolgo le mie condoglianze e dell’equipe, vi assicuro che abbiamo lottato per loro, fino alla fine, provando tutto quello che si poteva provare, purtroppo è una brutta malattia, soprattutto per gli anziani, se non hai la stoffa, se non hai la forza di base, è dura, è un pò come se volessimo andare fino al Rocciamelone, ti posso portare lo zaino aiutare, ma se non hai le gambe buone non ci arrivi, se non hai le gambe buone non ce la fai, alcuni aiutati ce la possono fare, altri non ce la potevano fare.